04-01-2018

5 cose che Jenkins ci ha insegnato sulla didattica

Ciò che tiene unita un’intelligenza collettiva non è il possesso del sapere ma il processo sociale di acquisizione della conoscenza in quanto dinamico e partecipativo (H. Jenkins)



Henry Jenkins ha dedicato i suoi studi ai media digitali e a come questi abbiano cambiato il mondo della didattica e del sapere.

L’intelligenza collettiva, lo storytelling e la cultura convergente sono tra i temi del Festival della Didattica Digitale 2018. Gli incontri gratuiti si terranno a Lucca dal 21 al 24 febbraio, con ospiti nazionali e internazionali per approfondire i temi della didattica e della innovazione.

5 cose che Henry Jenkins ci ha insegnato sulla didattica

henry jenkins didattica

Henry Jenkins è professore presso la University of Southern California e i suoi studi sui media e su come abbiano cambiato la concezione e la diffusione del sapere, sono tra i più importanti del settore.

Applichiamo le sue teorie suoi media alla didattica e scopriamo cosa lo studioso ci ha insegnato sul rapporto tra gli studenti e i nuovi mezzi di comunicazione.

#1 l’unione fa la forza

Ciò che tiene unita una intelligenza collettiva non è il possesso del sapere – relativamente statico – ma il processo sociale di acquisizione della conoscenza in quanto dinamico e partecipativo, che continuamente mette alla prova e riafferma i legami del gruppo.

Uno per tutti e tutti per uno diceva Dumas nei Tre Moschettieri, e così possiamo dire che ci dobbiamo muovere all’interno di un gruppo sociale. La conoscenza richiede un contesto dinamico in cui c’è uno scambio di conoscenza in competenze diverse.

Quando ci riferiamo a gruppo non significa necessariamente a una connessione 2.0, ma anche un semplice gruppo di amici o una classe. All’interno gli studenti hanno una materia preferita in cui riescono meglio di altre. In questo contesto sociale uno studente può aiutare un altro a capire gli algoritmi matematici e l’altro a insegnare la pronuncia inglese corretta. Uno scambio di conoscenze analogica, se vogliamo.

henry jenkins

Portandolo su larga scala possiamo considerare il contributo che la tecnologia ha apportato a questo principio.

Quella che Henry Jenkins definisce come una mentorship informale, dove i partecipanti più esperti condividono conoscenze con i principianti.

In una connessione che potenzialmente ha unito tutti gli interessati a un certo argomento in un solo spazio di conversazione, l’utente (che sia uno studente, un autodidatta o un professore) può partecipare alla discussione, distribuendo e acquisendo informazioni utili.

#2 imparare è divertente

La cosa peggiore che un bambino possa dire dei compiti è che sono troppo difficili. La cosa peggiore che un bambino possa dire su un gioco è che sia troppo semplice.

Come si può unire lo studio al gioco?

Se le due cose sembravano inconciliabili, non serve il mondo 2.0 per trovare esempi di come il gioco ci possa insegnare a svolgere compiti. Una delle prime a scoprire questa relazione è stata Maria Montessori, una delle prime donne laureate in medicina in Italia, e una delle pedagogiste più apprezzate nel mondo.

Uno dei punti cardine della sua concezione di educazione è proprio l’esperienza diretta nel compiere azioni che il bambino considera ostiche, attraverso il gioco. Il giovane studente impara, per esempio, a chiudere i bottoni attraverso il gioco.

Nel mondo dei media un esempio classico è Minecraft.

Il gioco online famoso in tutto il mondo permette ai bambini di creare il proprio mondo e svolgere task. Nel farlo può “incontrare” altri bambini e parlare con loro, esplorando mondi creati dalla fantasia di altri giocatori.

#3 dobbiamo essere attivi

Proprio come non abbiamo mai considerato “alfabeta” qualcuno che sappia leggere ma non scrivere, allo stesso modo non possiamo concepire che qualcuno sia, per così dire, medialfabeta se può solo consumare ma non ha alcuna possibilità di espressione.

Non possiamo negare che i media siano nella nostra vita, e come mezzi di comunicazione dobbiamo insegnare ai più giovani a leggere la realtà che regolano questi nuovi canali.

Basti guardare alla dichiarazione di guerra che internet ha imposto alle fake news nel 2018.

henry jenkins

Ma leggere non basta e intraprendere una forma attiva nel sapere diffuso da internet è ormai una necessità.

Una delle potenzialità, nonché punti di forza, della connessione è quella del sapere condiviso. Henry Jenkis ha infatti dato un nome a quella che definiamo come la messa in condivisione del proprio sapere a favore degli altri, così che tutti possano possano apportare il proprio contributo a un tema, rendendolo il più completo possibile.

L’Intelligenza collettiva è questa capacità delle comunità virtuali di far leva sulla competenza. Quel che non possiamo sapere o fare da soli, possiamo essere in grado di farlo collettivamente.

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#4 tra copiare e cercare l’ispirazione, esiste una differenza

Molti adulti sono preoccupati perché questi ragazzi “copiano” contenuti mediatici già esistenti invece di creare opere originali.

Le loro appropriazioni si dovrebbero invece considerare come una sorta di apprendistato.

Una volta i giovani artisti imparavano dai maestri affermati, a volte contribuendo ai loro lavori, spesso seguendo il loro modello prima di sviluppare stili e tecniche proprie.

Le nostre aspettative moderne circa l’originalità creativa rappresentano un carico pesante per chiunque si trovi agli esordi della carriera.

henry jenkins

I media digitali hanno abbassato le barriere per l’espressione creativa, permettendo una più facile diffusione non solo del sapere, ma anche delle proprie opere artistiche, dando un importante supporto alla produzione e alla condivisione di contenuti.

Questa forma di apprendistato permette a un utente di conoscere le basi di un argomento, per poi approfondirlo e condividere a sua volta la sua parte originale, accrescendo il tutto del sapere condiviso. Così dal copiare nasce l’ispirazione, con un cerchio che si chiude quando questo nuovo sapere portato da colui che una volta copiava, viene condiviso per essere mostrato a tutta la comunità.

Perché nel frattempo i soggetti hanno preso coscienza dell’importanza del proprio contributo e si sento in qualche modo connessi gli uni agli altri, all’interno di una community.

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#5 alla ricerca del significato

La produzione sociale del significato è più della moltiplicazione delle interpretazioni individuali; comporta una differenza qualitativa nei modi in cui diamo senso alle esperienze culturali, e in questo senso implica un profondo cambiamento nei modi in cui comprendiamo il tema delle competenze.

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In un mondo come l’attuale, i giovani hanno bisogno di abilità per lavorare all’interno dei social network, per condividere conoscenza all’interno di un’intelligenza collettiva, per negoziare attraversando le differenze culturali che caratterizzano gli assunti che governano le diverse comunità e per riconciliare i frammenti contrastanti di informazione al fine di formare un quadro coerente del mondo che li circonda.

Il significato sociale può quindi passare attraverso i media. Se riprendiamo l’idea di mentorship informale e della intelligenza collettiva, la ricerca e l’acquisizione di un sapere attraverso la rete creata da un gruppo di esperti, nasce quello che accade all’interno della didattica scolastica.

L’apprendimento cambia le nostre mappe mentali attraverso le conoscenze e le informazioni che acquisiamo, permettendoci di rielaborare il mondo che ci circonda e dandogli un significato diverso, più completo.

Il Festival della Didattica Digitale 2018 approfondirà questi temi. L’appuntamento è dal 21 al 24 febbraio a Lucca.

Se sei interessato ad approfondire gli studi di Henry Jenkins, ti consigliamo di visitare il suo blog personale, dove condivide le sue teorie e le sue lezioni.